Tra il 2013 e il 2015, quasi 1.800 persone in Italia si sono ammalate di epatite A dopo aver mangiato frutti di bosco surgelati contaminati. È stato un picco drammatico, che rappresentava oltre il 95% dei casi europei di quel periodo. Il virus, a differenza di altri, resiste al congelamento e spesso questi frutti vengono consumati crudi, senza alcuna precauzione. Il Ministero della Salute ha lanciato l’allarme e invita a bollire i frutti di bosco per almeno due minuti prima di mangiarli. Eppure, tanti continuano a ignorare questo semplice ma fondamentale accorgimento.
Epatite A: ecco perché fare attenzione ai frutti di bosco
Il virus dell’epatite A, chiamato HAV, resiste al freddo e può sopravvivere per mesi nel freezer. Se i frutti di bosco si contaminano durante la raccolta o la lavorazione, restano pericolosi anche da surgelati. Spesso poi si usano direttamente congelati, per esempio nei frullati o nello yogurt, senza nessun passaggio di cottura che possa eliminare il virus. La regola d’oro resta quindi quella di portare a ebollizione le bacche per almeno due minuti prima di mangiarle.
La filiera di questi prodotti è lunga e complessa, spesso internazionale. Le bacche arrivano da vari Paesi e vengono mescolate in grandi lotti industriali, con molte fasi di manipolazione. Un solo errore igienico o acqua contaminata può diffondere il virus su grosse quantità. Un operatore con le mani sporche, o un impianto di lavaggio non pulito, possono facilmente scatenare focolai.
Frutti di Bosco freschi e surgelati: le differenze che fanno la differenza
Il problema non sta tanto nel frutto in sé, quanto nelle condizioni in cui viene irrigato, lavato e manipolato. I frutti freschi, spesso prodotti localmente, seguono una filiera più corta. Se contaminati, il rischio è più contenuto e il consumatore di solito li lava bene sotto l’acqua corrente, cosa che riduce la carica virale, anche se non la elimina del tutto. I frutti surgelati invece viaggiano più a lungo, passano per più mani e vengono lavati in grandi vasche comuni, dove il rischio di contaminazione incrociata è alto.
Gran parte delle contaminazioni arriva dall’uso di acqua sporca, spesso inquinata da reflui fognari, usata per irrigare o lavare le bacche. Non è la tecnica di coltivazione in sé a essere pericolosa, ma la scarsa attenzione alle norme igieniche e alla qualità dell’acqua durante tutte le fasi della produzione. Anche la raccolta e il confezionamento sono momenti critici: se gli operatori non rispettano le regole igieniche, il virus si può diffondere facilmente.
Epidemia 2013-2015: un intreccio difficile da sbrogliare
Tra il 2013 e il 2015 sono stati individuati almeno 15 lotti di frutti di bosco contaminati e altri 45 sospetti, coinvolgendo 11 aziende. Ma non si è mai trovata una fonte unica e certa della contaminazione. Polonia e Bulgaria sono state segnalate come possibili Paesi d’origine di ribes rossi e more infetti, ma la filiera frammentata e la scarsa tracciabilità hanno rallentato le indagini.
Un punto critico è stata anche la gestione dell’informazione. Nel 2014-2015 il Ministero della Salute ha mantenuto un profilo basso, senza fornire dati chiari o indicazioni precise sui prodotti da ritirare, né ha lanciato subito una campagna di sensibilizzazione. Solo dieci mesi dopo l’inizio dell’epidemia è comparso un manifesto di prevenzione. Nel frattempo, milioni di consumatori hanno continuato a mangiare frutti di bosco surgelati crudi, ignari del rischio.
