Cadono anche cento capelli al giorno, ma alcuni segnali indicano squilibri ormonali o carenze da non ignorare.
Negli ultimi mesi, diversi ambulatori dermatologici in tutta Italia, da Torino a Bari, hanno registrato un aumento delle visite legate a caduta abbondante di capelli, soprattutto tra i 25 e i 45 anni. Un fenomeno che spesso coincide con i cambi di stagione, ma che può anche nascondere alterazioni ormonali, problemi alla tiroide o carenze nutrizionali. Capire quando la caduta è fisiologica e quando invece richiede accertamenti medici è essenziale, perché intervenire presto aiuta a prevenire danni più seri al cuoio capelluto. La chiave è osservare durata, intensità e contesto in cui avviene la perdita.
Il ricambio naturale e i cicli di crescita
Il capello, come qualsiasi altro tessuto del corpo umano, segue un ciclo di vita ben definito, composto da tre fasi principali: anagen, catagen e telogen. Nella prima fase, che può durare anche anni, il bulbo pilifero è attivo e genera crescita. Nella seconda, il follicolo si contrae e si prepara al riposo. Nella terza, il capello si stacca e viene sostituito da uno nuovo. È durante la fase telogen che i capelli cadono, ed è del tutto normale perdere fino a 80-100 capelli al giorno.

Durante l’autunno e la primavera, il passaggio tra le fasi può accelerare, portando a un aumento temporaneo della perdita. In questi periodi, molti notano ciocche più abbondanti nel pettine o nella doccia, ma se il fenomeno dura meno di due mesi e i nuovi capelli crescono regolarmente, non c’è da preoccuparsi. Anche eventi come una dieta drastica, un trasloco, una febbre alta o un intervento chirurgico possono causare un “effluvio telogen”, cioè una caduta temporanea ma reversibile.
Le donne in gravidanza, ad esempio, spesso notano capelli più forti grazie agli estrogeni. Ma dopo il parto, quando i livelli ormonali crollano, la perdita può diventare evidente e preoccupante, anche se non permanente. In questi casi, la caduta si normalizza nel giro di tre o quattro mesi.
Quando serve fare esami e consultare un medico
La caduta di capelli diventa sospetta quando si prolunga oltre otto settimane, aumenta d’intensità e si accompagna a segni come un assottigliamento generale della chioma, diradamenti evidenti sulle tempie o sulla corona, o una crescita rallentata. In questi casi, è consigliato rivolgersi a un dermatologo o a un endocrinologo per valutare le cause.
Spesso, dietro una perdita anomala si nascondono problemi alla tiroide, come ipotiroidismo o ipertiroidismo, che alterano il metabolismo e compromettono il ciclo follicolare. Anche la sindrome dell’ovaio policistico, comune nelle donne sotto i 40 anni, può portare a diradamento frontale e aumento della peluria in altre zone del corpo, a causa degli androgeni in eccesso.
Tra le cause più comuni ci sono anche carenze di ferro, vitamina D e zinco. Un semplice esame del sangue può rilevare squilibri nutrizionali che, se corretti in tempo, permettono di invertire il processo senza necessità di trattamenti invasivi. Anche lo stress cronico gioca un ruolo importante, perché aumenta il cortisolo e interferisce con la fase di crescita del capello.
Attenzione anche a farmaci come gli anticoagulanti, i retinoidi, alcuni antidepressivi e i betabloccanti: sono noti per causare perdita temporanea. Un’anamnesi farmacologica dettagliata è fondamentale se si sospetta un legame.
La caduta localizzata a chiazze, accompagnata da prurito, desquamazione o rossore, può invece indicare una alopecia areata o una dermatite seborroica. In questi casi non basta una cura cosmetica: servono terapie dermatologiche mirate, talvolta con cortisonici topici o antifungini.
Osservare il proprio corpo, raccogliere dati – anche con semplici foto periodiche – e riferire tutto al medico può aiutare a identificare il momento in cui il ricambio fisiologico lascia il posto a un segnale d’allarme. Spesso non è necessario ricorrere a trattamenti costosi o invasivi: la prevenzione e la diagnosi precoce restano le armi più efficaci.