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Problemi alla vista nei neonati: quando preoccuparsi davvero

Nei bambini molto piccoli possono comparire indizi precoci, come scarso contatto visivo, difficoltà a seguire gli oggetti o movimenti oculari involontari

Redazione Saluteweb by Redazione Saluteweb
8 Aprile 2026
in Approfondimenti
Neonato

Neonato | pixabay @RitaE

La perdita della vista non arriva sempre all’improvviso. In molti casi è il risultato di patologie genetiche rare che agiscono lentamente e colpiscono uno dei tessuti più delicati dell’occhio: la retina. Le cosiddette distrofie retiniche ereditarie rappresentano un gruppo complesso di condizioni che possono compromettere in modo progressivo e irreversibile la capacità visiva, rendendo queste diagnosi particolarmente temute.

Cosa succede alla retina

Quando la retina si ammala, il danno riguarda i fotorecettori, le cellule che trasformano la luce in segnali nervosi destinati al cervello. Il deterioramento di queste strutture comporta un peggioramento graduale della vista, sia in termini di quantità sia di qualità. Tra le patologie più note rientra la retinite pigmentosa, che può restringere progressivamente il campo visivo fino a compromettere gravemente l’autonomia quotidiana.

Con il passare del tempo, attività semplici come orientarsi al buio, leggere o riconoscere un volto diventano sempre più difficili, a causa di una visione che si fa meno nitida e più limitata.

Il ruolo del gene RPE65

Alcune forme di queste malattie sono legate a mutazioni specifiche, come quelle del gene RPE65. Questo gene è fondamentale per il corretto funzionamento del ciclo visivo: quando è alterato, i pigmenti necessari alla visione non si rigenerano in modo adeguato e i fotorecettori si danneggiano nel tempo.

La differenza rispetto al passato è significativa: oggi esistono terapie mirate che agiscono direttamente sulla causa genetica. Tuttavia, la loro efficacia dipende fortemente dalla tempestività dell’intervento.

I segnali da riconoscere

Queste patologie non si manifestano in modo improvviso, ma tendono a svilupparsi lentamente, spesso senza sintomi evidenti nelle fasi iniziali. Alcuni segnali, però, possono aiutare a individuarle: difficoltà a vedere in ambienti poco illuminati, riduzione della visione periferica con effetti simili a una “visione a tunnel”, problemi nella lettura o nel riconoscimento dei dettagli nelle fasi più avanzate.

Nei bambini molto piccoli possono comparire indizi più precoci, come scarso contatto visivo, difficoltà a seguire gli oggetti o movimenti oculari involontari. In alcuni casi si osserva anche una sensibilità anomala alla luce, eccessiva o, al contrario, ridotta. Il problema è che quando questi segnali diventano evidenti, il danno retinico è spesso già iniziato.

Diagnosi precoce e screening genetico

La vera sfida oggi è anticipare la diagnosi, arrivando a identificare la malattia prima ancora che si manifestino i sintomi. In questo contesto si inserisce lo screening genomico neonatale, già attivo in alcune realtà come la Regione Puglia con il progetto “Genoma Puglia”.

Attraverso l’analisi di un piccolo campione biologico, spesso raccolto nei primi giorni di vita, è possibile individuare mutazioni genetiche associate a malattie rare. Nel caso delle distrofie retiniche, includere geni come RPE65 nei pannelli diagnostici consente di riconoscere precocemente i bambini a rischio, programmare controlli mirati e intervenire nel momento più favorevole.

Una diagnosi ottenuta in poche settimane, anziché dopo mesi o anni, può fare la differenza tra preservare una parte significativa della vista o intervenire quando il danno è già avanzato.

Terapia genica: come funziona

Per alcune mutazioni di RPE65 è disponibile una terapia genica che rappresenta una delle innovazioni più importanti della medicina moderna. Il trattamento consiste nell’introdurre una copia funzionante del gene direttamente sotto la retina, attraverso un intervento chirurgico altamente specializzato.

L’obiettivo non è ripristinare completamente la vista, ma rallentare o arrestare la degenerazione dei fotorecettori, migliorando la sensibilità alla luce e la capacità di orientarsi. I risultati sono tanto più significativi quanto più precoce è l’intervento, quando la retina conserva ancora cellule funzionanti.

Si tratta comunque di un percorso complesso, che richiede un approccio multidisciplinare e controlli nel tempo per monitorare gli effetti della terapia.

Quando rivolgersi agli specialisti

Anche in assenza di programmi di screening diffusi, esistono segnali che dovrebbero spingere a richiedere una valutazione medica. Una storia familiare di malattie retiniche, difficoltà visive nei bambini o comportamenti anomali legati alla percezione della luce sono elementi da non sottovalutare.

In questi casi, il percorso diagnostico può includere esami del fondo oculare, test elettrofisiologici e analisi genetiche mirate, fondamentali per arrivare a una diagnosi precisa.

Vivere con la malattia e guardare al futuro

Chi convive con una distrofia retinica può beneficiare di controlli regolari e di strumenti di supporto visivo, insieme a percorsi di riabilitazione che favoriscono autonomia e qualità della vita. Anche l’aspetto psicologico e sociale ha un ruolo centrale, considerando l’impatto che queste diagnosi hanno sull’intera famiglia.

La ricerca, intanto, continua a fare passi avanti: nuovi studi su geni coinvolti, tecnologie di sequenziamento sempre più avanzate e sperimentazioni di terapie innovative stanno ampliando le prospettive.

L’esperienza maturata in Puglia, con decine di migliaia di neonati analizzati e centinaia di diagnosi precoci di malattie rare, dimostra che la medicina di precisione è già una realtà. Nel caso delle patologie ereditarie della retina, intervenire prima che la vista inizi a deteriorarsi può cambiare radicalmente il corso della vita, offrendo anni preziosi di autonomia visiva.

Tags: Neonati
Redazione Saluteweb

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