L’ibuprofene è presente in moltissime case e viene spesso usato al primo segnale di dolore o febbre. Proprio questa familiarità, però, porta molte persone a considerarlo un rimedio banale, quasi privo di rischi. In realtà si tratta di un farmaco vero e proprio, che va usato con attenzione. Tra convinzioni sbagliate e abitudini scorrette, gli errori nell’assunzione sono più comuni di quanto si pensi. Ecco quali sono i cinque miti più diffusi sull’ibuprofene e perché è importante sfatarli per utilizzarlo in modo corretto e sicuro.
Non è innocuo solo perché si compra senza ricetta
Il fatto che l’ibuprofene sia un farmaco da banco induce molti a pensare che possa essere assunto liberamente e anche per periodi prolungati. In realtà, prodotti come Moment o Brufen restano medicinali a tutti gli effetti e possono causare effetti indesiderati se utilizzati senza criterio. L’uso scorretto o prolungato aumenta il rischio di disturbi gastrici come gastrite e ulcera, può provocare reazioni allergiche e, nei casi più seri, affaticare i reni. La regola fondamentale è usare la dose più bassa efficace per il tempo più breve possibile. Se febbre o dolore non migliorano dopo pochi giorni, è sempre meglio fermarsi e chiedere consiglio a un professionista sanitario invece di continuare autonomamente.
A stomaco pieno il rischio per lo stomaco non scompare
Assumere l’ibuprofene dopo aver mangiato aiuta a ridurre l’irritazione gastrica, ma non elimina del tutto i possibili danni allo stomaco. Come tutti i FANS, questo farmaco riduce le difese naturali della mucosa gastrica e, se usato a lungo o ad alte dosi, può comunque causare gastrite, ulcere o sanguinamenti. Il rischio è maggiore in chi è anziano, ha avuto problemi gastrici in passato, assume altri farmaci irritanti o consuma alcol. Segnali come dolore intenso allo stomaco, feci scure o vomito anomalo non vanno mai ignorati: in questi casi è necessario sospendere il farmaco e rivolgersi subito a un medico.
Mescolare più antinfiammatori non rende l’effetto più forte
Un errore piuttosto frequente è quello di associare l’ibuprofene ad altri antinfiammatori, pensando di potenziarne l’efficacia. In realtà, combinare due FANS non aumenta il sollievo dal dolore, ma moltiplica i rischi, soprattutto per stomaco e reni. Farmaci diversi come ketoprofene, diclofenac o aspirina condividono meccanismi simili e sommarli espone a ulcere ed emorragie senza reali benefici aggiuntivi. Se l’ibuprofene non è sufficiente, la soluzione non è aggiungere un altro antinfiammatorio, ma rivedere la terapia con il medico o il farmacista, che potranno valutare alternative più sicure o un approccio diverso.
In gravidanza anche una sola compressa può essere un problema
Durante la gravidanza l’uso dei farmaci richiede particolare cautela e l’ibuprofene non fa eccezione. L’idea che una compressa occasionale non comporti rischi è fuorviante. Soprattutto nel terzo trimestre, l’ibuprofene è controindicato perché può causare problemi seri al feto, come alterazioni cardiache e riduzione del liquido amniotico, oltre ad aumentare il rischio di complicazioni per la madre. Anche nei primi mesi l’uso andrebbe evitato se possibile. In caso di dolore o febbre, il paracetamolo è generalmente considerato l’opzione più sicura, ma sempre seguendo le indicazioni del medico. In gravidanza, l’automedicazione è una scelta da evitare.
Aumentare la dose non significa stare meglio prima
Molti pensano che prendere una quantità maggiore di ibuprofene garantisca un effetto più rapido o intenso, ma superare le dosi consigliate raramente migliora il risultato. Oltre una certa soglia, i benefici si stabilizzano mentre gli effetti collaterali aumentano in modo significativo. Dosi eccessive possono danneggiare lo stomaco, affaticare i reni e incidere su pressione e apparato cardiovascolare. Per gli adulti, la dose tipica dei farmaci da banco è di 200-400 mg per singola assunzione, senza superare il limite giornaliero indicato. Se il dolore persiste nonostante la dose corretta, aumentarla da soli non è la soluzione: è preferibile consultare un professionista per valutare altre opzioni terapeutiche o indagare la causa del problema.
