Roma, 16 marzo 2026 – Le allergie ai pollini stanno vivendo una trasformazione significativa nel panorama clinico, soprattutto a causa dei mutamenti climatici che influenzano la durata e l’intensità delle stagioni polliniche. L’immunologo clinico Mauro Minelli, docente all’università Lum, ha recentemente sottolineato come la tradizionale distinzione tra una stagione primaverile critica e un periodo invernale di pausa sia ormai superata, con implicazioni importanti per la gestione delle patologie allergiche.
L’impatto dei cambiamenti climatici sulle allergie ai pollini
Negli ultimi anni, il riscaldamento globale e l’aumento della CO2 atmosferica stanno agendo come catalizzatori per le piante, anticipando le fioriture e prolungando la produzione di pollini. Questo fenomeno ha trasformato la pollinosi da condizione stagionale a una infiammazione persistente, con sintomi che si manifestano non solo in primavera, ma anche durante l’autunno e l’inverno. In questi mesi, l’allergia agli acari della polvere si somma spesso all’aggressione virale stagionale, aggravando il quadro clinico dei pazienti allergici, che sono più soggetti a riacutizzazioni asmatiche e respiratorie severe.
Gli esperti evidenziano anche il cosiddetto “brain fog allergico”, ovvero un calo delle capacità cognitive e del rendimento scolastico nei soggetti sensibilizzati durante i picchi pollinici. L’esposizione agli allergeni attiva mediatori infiammatori che interferiscono con le funzioni esecutive del sistema nervoso centrale, causando deficit nelle materie STEM, frammentazione del sonno e riduzione della capacità di problem solving.
La marcia atopica e le sue conseguenze cliniche
Secondo Minelli, l’allergia va considerata un “primo campanello d’allarme” di una disregolazione immunitaria che, se non trattata, può evolvere in una marcia atopica: un processo che porta al rimodellamento tissutale delle vie aeree e alla sensibilizzazione verso nuovi allergeni, con conseguente compromissione delle barriere epiteliali. Il nuovo approccio clinico suggerisce di passare da una gestione stagionale a una strategia di trattamento della cronicità, che includa il monitoraggio ambientale costante e l’immunoterapia allergene-specifica.
Strategie di prevenzione e gestione terapeutica
Gli allergologi raccomandano un approccio multidimensionale per affrontare questa sfida sanitaria, che comprende riduzione dell’esposizione agli allergeni tramite controlli ambientali, utilizzo di farmaci antistaminici e corticosteroidi per il controllo sintomatico, e soprattutto l’immunoterapia per modulare la risposta immunitaria nel lungo termine.
Le evidenze scientifiche, confermate anche nel recente Congresso Nazionale della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Clinica (SIAAIC), mostrano come il cambiamento climatico stia allungando e intensificando la stagione pollinica, aumentando il carico di malattia e i rischi per la salute pubblica. In Italia, ad esempio, nel 2023 si sono registrati 10 giorni in più senza gelo rispetto alla media storica, fenomeno che favorisce la proliferazione di pollini e acari, complicando ulteriormente la gestione delle riniti allergiche.
Per chi soffre di allergie, è fondamentale consultare regolarmente specialisti, adottare misure preventive come monitorare i livelli di pollini, evitare l’esposizione nelle giornate ventose e utilizzare correttamente i farmaci prescritti. Un’attenzione particolare va riservata all’uso consapevole dei farmaci, evitando l’automedicazione con antibiotici o corticosteroidi per via sistemica senza indicazione medica, e preferendo terapie non invasive come lavaggi nasali e aerosol per migliorare la respirazione e prevenire complicanze.
L’approccio integrato e la prevenzione sono alla base della strategia moderna per contrastare l’impatto crescente delle allergie ai pollini, il cui controllo rappresenta oggi una sfida imprescindibile per la salute pubblica in un contesto di cambiamenti climatici globali.

