Un nuovo studio internazionale rivela che l’uso intensivo di social media nei ragazzi tra 9 e 14 anni può favorire l’ADHD
Un recente studio condotto dall’Istituto Karolinska di Solna, in collaborazione con la Oregon Health & Science University, ha confermato come l’uso prolungato dei social media possa aumentare il rischio di sviluppare sintomi riconducibili all’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) tra i giovani. L’indagine, pubblicata sulla rivista Pediatrics Open Science, ha esaminato un campione di oltre 8.000 bambini e adolescenti tra i 9 e i 14 anni negli Stati Uniti, tracciandone l’evoluzione in un arco temporale di quattro anni.
L’impatto dei social media sui sintomi di ADHD nei giovani
La ricerca ha evidenziato una distinzione cruciale: non tutto il tempo trascorso davanti agli schermi genera gli stessi effetti. L’esposizione prolungata alle piattaforme social come TikTok, Instagram e Snapchat si associa a un aumento graduale dei sintomi di disattenzione, mentre l’uso di televisione o videogiochi non mostra la medesima correlazione. Secondo il professor Torkel Klingberg, autore principale dello studio e docente di neuroscienze cognitive presso l’Istituto Karolinska, la ragione risiede nella natura frammentata e interattiva delle piattaforme social, che offrono un flusso continuo di notifiche, messaggi e feedback immediati come i “like”.
“Il solo pensiero di un messaggio in arrivo può costituire una distrazione mentale, compromettendo la capacità di concentrarsi”, spiega Klingberg. A livello neurologico, le interazioni sociali stimolano circuiti dopaminergici, che premiano con ricompense immediate, rendendo complesso per un cervello in sviluppo staccarsi dall’attività online.
Il tempo medio trascorso sui social media aumenta significativamente con l’età: da circa mezz’ora al giorno per i bambini di 9 anni fino a 2,5 ore per i tredicenni, nonostante molte piattaforme richiedano un’età minima di 13 anni per l’accesso.
ADHD e vulnerabilità alle dipendenze: un legame consolidato
Parallelamente, uno studio del Massachusetts General Hospital ha messo in luce come le persone con ADHD siano maggiormente a rischio di sviluppare dipendenze, non solo da sostanze come alcol, nicotina, cannabis e cocaina, ma anche di natura comportamentale, quali il gioco d’azzardo patologico, la dipendenza da internet e l’uso compulsivo dei social media.
L’impulsività, la difficoltà nel controllo degli impulsi e la tendenza a cercare gratificazioni immediate sono fattori chiave che rendono chi è affetto da ADHD più vulnerabile alle dipendenze. Il deficit dopaminergico, caratteristico del disturbo, spinge questi individui a cercare stimoli intensi e gratificazioni rapide, aumentando il rischio di abuso e dipendenza.
In particolare, la corteccia prefrontale – fondamentale per il controllo degli impulsi e la pianificazione – matura fino ai 25 anni circa, e nei giovani con ADHD questa immaturità accentua la predisposizione ai comportamenti a rischio. L’adolescenza si configura così come una finestra critica per l’insorgenza di dipendenze, soprattutto in presenza di un uso eccessivo di social media.
Le caratteristiche cliniche e le sfide educative
L’ADHD è un disturbo neuroevolutivo che si manifesta con difficoltà di attenzione, iperattività e impulsività; colpisce circa il 2-5% degli adulti e una percentuale maggiore di bambini e adolescenti, spesso con diagnosi tardive o sottostimate, specie in Italia. Le difficoltà di autoregolazione comportamentale e di concentrazione possono compromettere i risultati scolastici e le relazioni sociali, generando stress in famiglie e insegnanti.
Secondo le linee guida attuali, per diagnosticare l’ADHD è necessario osservare la presenza di sintomi persistenti in più contesti per almeno sei mesi, con una distinzione tra forme a predominanza inattentiva, iperattiva-impulsiva o combinata. La ricerca sottolinea come l’uso smodato dei social media non sia solo una conseguenza di una condizione preesistente, ma possa agire da fattore scatenante o aggravante dei sintomi.
Gli esperti consigliano una regolamentazione più severa dell’accesso alle piattaforme digitali per i minori, seguendo esempi recenti di paesi come Australia e Francia, e la progettazione di social media più consapevoli delle vulnerabilità neurologiche dei giovani utenti.
L’Istituto Karolinska, fondato nel 1810 e tra i centri di ricerca biomedica più prestigiosi al mondo, continua a contribuire con studi di rilievo internazionale per comprendere le sfide poste dall’era digitale sullo sviluppo cerebrale e comportamentale dei più giovani.
