Scoperte due varianti del gene APOE che riducono il rischio di Alzheimer negli ultraottantenni con memoria eccezionale. Lo studio apre nuove prospettive per prevenzione e terapie
Milano, 17 gennaio 2026 – Un importante studio internazionale ha identificato due varianti genetiche che giocano un ruolo cruciale nella protezione dal morbo di Alzheimer in soggetti ultraottantenni definiti “super anziani”, ovvero persone con capacità cognitive paragonabili a quelle di individui molto più giovani. La ricerca, pubblicata sulla rivista Alzheimer’s & Dementia dal Vanderbilt University Medical Center negli Stati Uniti, si basa sull’analisi di quasi 18.000 anziani provenienti da otto Paesi diversi.
Due varianti genetiche chiave
Lo studio ha focalizzato l’attenzione su due varianti del gene APOE: la variante APOE-epsilon 4, nota per aumentare il rischio di sviluppare l’Alzheimer a esordio tardivo, e la variante APOE-epsilon 2, che al contrario sembra conferire una protezione. Dai dati emerge che i super anziani hanno il 68% di probabilità in meno di portare la variante pericolosa APOE-epsilon 4 rispetto agli anziani con demenza da Alzheimer, e il 19% in meno rispetto agli anziani cognitivamente normali della stessa età. Inoltre, sono più propensi di circa il 28% a essere portatori della variante protettiva APOE-epsilon 2 rispetto ai coetanei cognitivamente normali, e addirittura del 103% rispetto agli anziani con demenza.
La prima autrice dello studio, la dott.ssa Leslie Gaynor, ha sottolineato come questi risultati supportino l’idea che i “super anziani” possano svelare nuovi meccanismi di resilienza contro l’Alzheimer, aprendo la strada a possibili strategie di prevenzione e cura basate su fattori genetici.
Alzheimer e super anziani: un nuovo paradigma
Questa ricerca si inserisce in un contesto più ampio di studi sulle malattie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer, che sono caratterizzate da un progressivo deterioramento delle funzioni cognitive dovuto a danni e morte neuronale. Nonostante i “superager” presentino spesso placche beta-amiloidi e grovigli neurofibrillari, tipici dell’Alzheimer, il loro cervello sembra essere protetto dagli effetti tossici di questi accumuli proteici. Studi post mortem indicano che questi soggetti mantengono un numero significativamente più alto di neuroni rispetto ai pazienti affetti dalla malattia, suggerendo che fattori ancora da chiarire possano preservare la funzionalità cerebrale a lungo termine.
L’indagine genetica, con il contributo dell’esperienza della dott.ssa Gaynor e del Vanderbilt Memory and Alzheimer’s Center, rappresenta un passo avanti nella comprensione delle basi biologiche dell’Alzheimer e nel riconoscimento delle caratteristiche che distinguono i “super anziani” dagli altri anziani, con implicazioni importanti per la ricerca futura e la lotta contro questa patologia devastante.
